La Veneranda Arca di S. Antonio

 

Quando morì sant’Antonio, il 13 giugno 1231, la diffusione del culto e i pellegrinaggi alla tomba del Santo presero avvio con uno sviluppo veramente potente. All’inizio del secolo XIV la chiesa era costruita, ma per secoli continuarono modifiche, manutenzioni, predisposizioni di arredi, abbellimenti, costruzione di tombe e monumenti all’interno dell’edificio e nei chiostri.

Il flusso cospicuo di denaro confliggeva con la regola francescana della povertà e inoltre, da subito, si profilò un fortissimo legame tra la comunità cittadina e il complesso del Santo. Questi due fattori fecero sì che le autorità cittadine entrassero nella gestione e nell’amministrazione dei beni che si andavano accumulando nella chiesa, la cui costruzione stessa fu supportata, in parte, dalla comunità, divenendo così un’espressione autentica della città di Padova.

Fino alla fine del secolo XIV negli Statuti cittadini sono definiti i compiti di una commissione, composta di laici, che doveva gestire e pagare i diversi interventi a favore della chiesa e del convento del Santo.  La forma istituzionalizzata di questa commissione, che prese il nome di Veneranda Arca di S. Antonio e fu normata da suoi propri statuti, è del 1396. Da allora, e in modo ininterrotto, alcuni cittadini di Padova (prima quattro, oggi cinque), eminenti per rettitudine e capacità, coadiuvati da due religiosi (oggi dal rettore della basilica e da un membro laico nominato dalla Santa Sede),  svolgono i compiti di gestione dei beni mobili riferiti alla Sacrestia e alla Biblioteca, degli immobili e delle donazioni fatte all’Arca del Santo.

Nel Quattrocento, caduta Padova sotto la dominazione veneziana, i massari (il titolo di presidente sostituì quello di massaro nel corso del Cinquecento), furono scelti soprattutto tra il gruppo dirigente padovano, formato da esponenti del mondo accademico, famiglie nobili, esponenti della borghesia mercantile e finanziaria. Era tuttavia il podestà (sempre un veneziano), a designare i massari dell’Arca, ma il Consiglio cittadino poteva assumere decisioni riguardo all’istituzione, anche se, con l’aumentare del potere del governo della Serenissima, e soprattutto in certe materie, crebbe il potere della componente religiosa a scapito di quella laica. L’aumento del patrimonio determinò anche crescenti necessità di organizzazione e a ogni presidente dell’Arca venne affidato, come è anche oggi, uno specifico ambito di competenze.

La caduta della Repubblica di Venezia (1797) e l’avvento dei regimi rivoluzionari non colpirono la Veneranda Arca, che fu correttamente ritenuta dalla legislazione napoleonica un’istituzione laica. Perciò non solo l’ente sopravvisse e continuò la sua funzione, ma assunse la responsabilità della gestione delle funzioni amministrative di governo della basilica, prima spettanti all’Ordine Francescano. Inoltre, con questo riconoscimento, fu possibile all’Arca  salvare dalla confisca tesori preziosi, come il complesso dei reliquiari della basilica e la Biblioteca Antoniana. Il dibattito istituzionale sul ruolo dell’Arca nel corso dell’Ottocento e del Novecento si caratterizza per diversi interventi, volti a definire con esattezza la fisionomia giuridica dell’ente e delle sue competenze, condizionati dai rapporti tra Chiesa e Stato.

Nel 2000 una speciale commissione del Consiglio di Stato ha decretato che le fabbricerie, a cui l’Arca è assimilata, debbano essere considerate enti privati a rilevanza pubblica.

 

(©Fototeca Veneranda Arca di S. Antonio, fotografie di Giovanni Pinton)

La Veneranda Arca di S. Antonio ultima modifica: 2017-10-27T09:09:24+00:00 da atmansviluppo