Progetti realizzati

 

La Veneranda Arca di S. Antonio dal 1396, in modo ininterrotto, tutela, preserva e valorizza l’inestimabile patrimonio del Complesso Antoniano. Ecco la serie di interventi di restauro che – grazie alla generosa collaborazione di singoli benefattori, di imprese private e istituzioni pubbliche – sono stati promossi e portati a termine nel corso di quest’ultimo mandato.

 

 

Giovanni Bonazza, Busto e targa di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Restauro sostenuto dall’Associazione Guide Turistiche “Elena Cornaro Piscopia” di Padova
Intervento eseguito dalla restauratrice Monica Vial
Marzo 2017

 

(©Fotografie di Monica Vial)

Il busto marmoreo di Giovanni Bonazza, sul secondo pilastro di sinistra della basilica, perpetua la memoria della prima donna laureata al mondo, Elena Cornaro Piscopia, nata nel 1678.

Figlia naturale del nobile Giovanni Battista Cornaro e della popolana Zanetta Boni fu appassionata per lo studio, manifestando precocemente viva attitudine e volontà di apprendimento, studiando latino, filosofia, teologia, ebraico, arabo, spagnolo, acquisendo inoltre una vasta cultura musicale. Visse come oblata benedettina, scontentando in questo i genitori che avrebbero preferito per lei un matrimonio che, insieme alla sua fama, risollevasse il lustro della famiglia.

Nel 1677 inoltrò domanda per addottorarsi in teologia, ma il cardinale Gregorio Barbarigo, cancelliere dello Studio padovano, si oppose. Il 25 giugno 1678 fu però concesso a Elena Lucrezia di laurearsi in filosofia. Morì nel 1684. Trasferitasi da Venezia a Padova dopo la laurea, visse nel palazzo Cornaro, vicino al Santo. Fu sepolta nella basilica di Santa Giustina di Padova.

Giovanni Bonazza, fondatore di una delle più importanti famiglie di scultori veneti tra Seicento e Settecento, eseguì il busto nel 1727. Allievo, forse, a Venezia di Giusto Le Court, si stabilì a Padova dal 1696, eseguendo poco dopo le decorazioni dei pilastri d’ingresso della cappella delle reliquie al Santo, acquisendo suggestioni da Filippo Parodi, autore della cappella stessa, e proseguendo negli anni successivi a interventi diversi (sculture e lapidi) nella basilica.

 

Jacopo da Montagnana, Cristo passo, Maria, san Giovanni
e le pie donne, e d’intorno i simboli della Passione

Restauro sostenuto da Interchem Italia, Vigonza (PD)
Intervento eseguito dal restauratore Giordano Passarella
Settembre – ottobre 2017

 

 

(©Fotografie di Giordano Passarella)

L’affresco, di rilevanti qualità e interesse, si trova sul pilastro di destra della controfacciata, quasi ad accogliere i visitatori. Esso – insieme alla paretina soprastante riportante l’indulgenza di 23.000 anni e 23 giorni e alle preghiere dipinte sulla parete della controfacciata, ad angolo, tradizionalmente ritenute di san Gregorio Magno – documenta come in questo punto della basilica si esercitasse in particolare l’azione di suffragio per i defunti e di meditazione personale sui temi della Passione. Tale giunzione di preghiere e immagine è documentata con ampiezza in Europa, sia in epoca precedente sia soprattutto nel Quattrocento, e in particolare nell’ambito della sensibilità francescana.

L’affresco, eseguito nell’ottavo-nono decennio del Quattrocento, è attribuibile a Jacopo Parisati, detto da Montagnana, protagonista della pittura postmantegnesca di Padova, e attivo anche in altri punti della basilica.

In particolare Jacopo da Montagnana affrescò le pareti della cappella Gattamelata, la prima a destra (ora cappella del Santissimo). Tali affreschi sono andati perduti ma la fisionomia del pittore, che incrocia la cultura del primo Giovanni Bellini con il sostrato mantegnesco padovano, è ben documentata in questo affresco, che costituisce una specie di meditazione guidata sui temi della Passione, grazie agli oggetti e agli episodi raffigurati.

Pittore trecentesco, Cristo si congeda dalla madre e due offerenti

Restauro sostenuto dal Lions Club Camposampiero
Intervento eseguito dalla restauratrice Valentina Piovan
Novembre – dicembre 2017

 

 

(©Fotografie di Valentina Piovan)

 

L’affresco raffigura un episodio ricordato dai soli Vangeli apocrifi, che raccontano il momento in cui Cristo si congeda dalla madre, prima della Passione. Questo soggetto, spesso accompagnato dall’episodio dello svenimento di Maria, è ben documentato nella pittura del Cinquecento (un celebre esempio veneto è il dipinto di Lorenzo Lotto nella Gemäldegalerie di Berlino), ma assai raro in epoca precedente. Anche il solo dato della rarità iconografica rende questo affresco di particolare interesse, insieme alla sua ubicazione nella cappella della Madonna Mora, dove fu dapprima sepolto sant’Antonio.

Il restauro ha permesso di recuperare anche lo sfondo architettonico, che nella resa della porta della città murata, parrebbe richiamare la Padova trecentesca e il suo ‘traghetto’, il camminamento pensile che univa la reggia al castello carrarese.

Di bella fattura, l’affresco è inoltre qualificato da una scritta, in volgare, non completamente leggibile, ma il cui senso generale è appunto il saluto di Cristo che accenna alla madre la prossima e dolorosa Passione. Forse proprio la rarità del tema ha indotto i committenti (l’uomo e la donna, anziani, raffigurati in basso, in scala ridotta e in atteggiamento devoto), o il pittore, a chiarire quanto è raffigurato mediante l’iscrizione. Prima del restauro l’affresco era stato attribuito a Giusto de’ Menabuoi, paternità che ora non sembra più sostenibile.

Sant’Antonio e due offerenti

Restauro sostenuto da Tecno Minuterie di Crivellari e Ceron s.n.c.
Restauratrice Valentina Piovan, collaboratori Fiorenza Redi e Francesca Faleschini
Maggio 2018

 

(©Fotografie di Valentina Piovan)

 

L’affresco, che si trova nel presbiterio, sul pilastro angolo anteriore a sinistra, rappresenta sant’Antonio a figura intera su sfondo celeste; il santo, che veste il classico saio bruno, con la mano destra compie il gesto della benedizione e con la sinistra regge un libro. Ai suoi piedi in ginocchio compaiono le figure dei due devoti offerenti. Alle spalle, divisa dall’ingombro del santo, scorre la scritta “S. ANTONIUS”.
L’affresco risale al XIV secolo (strato sottostante forse del XIII secolo, con aggiunte posteriori cornice secolo XVII [?]), ed è conosciuta come la “vera effigie di sant’Antonio”.

Durante il restauro, dopo la rimozione del telaio che conteneva la vetrina di protezione, si sono messe a vista due fasce laterali caratterizzate da un azzurro vivace (azzurrite), ed un verde brillante (terra verde o malachite). Da piccole lacune dello strato scuro dello sfondo sono affiorati frammenti a vista di un pigmento a base di azzurrite a grana più grossa che fanno supporre che al di sotto dell’immagine attualmente a vista, ve ne sia una più antica, simile e forse senza donatori, di epoca duecentesca, coeva alla realizzazione del pilastro nella sua prima esecuzione.

La prima fase di restauro dell’affresco è consistita in una messa in sicurezza con consolidamento degli intonaci: garantita la stabilità dei substrati, è stato possibile procedere alla pulitura della superficie, in particolare in corrispondenza alle figure del Santo e dei donatori.
Di particolare interesse si è rivelata la pulitura dell’incorniciatura. Rimosso lo scialbo grigio superficiale, in accordo con la direzione lavori sono state mantenute a scopo documentario alcune porzioni della cornice a tempera posteriore (la lesena adiacente, che parzialmente la occulta, potrebbe indicare come possibile termine ante quem per la sua datazione di quest’ultima il rimaneggiamento seicentesco dei rivestimenti marmorei del presbiterio).
È stata quindi portata alla luce gran parte dell’originaria cornice affrescata, simile a quella dell’affresco Cristo si congeda da Maria della vicina Cappella della Madonna Mora: un dato capace di suscitare riflessioni sulle due redazioni e forse anche di posizionare l’affresco di sant’Antonio alla seconda metà del Trecento. Le affinità tra le due incorniciature si registrano a livello decorativo e cromatico: sola differenza rilevabile è il rapporto dimensionale ridotto.

Operazione strutturale importante è consistita nello smantellamento dalla lunetta e dalla tamponatura a sinistra dell’affresco delle malte distaccate.
Dopo accurata documentazione fotografica, lunetta e tamponatura laterale sono state livellate con malta di sabbia fine. Adeguata stuccatura hanno ricevuto anche le lacune dell’affresco e i numerosi fori del consolidamento.
L’affresco presentava complessivamente un discreto stato di conservazione della materia pittorica, probabilmente in più punti reintegrata nel corso di interventi antichi. L’integrazione pittorica si è quindi limitata a raccordare puntualmente abrasioni e stuccature al tessuto pittorico preesistente.
L’iscrizione col nome del Santo, data la rilevanza iconografica del dettaglio che richiedeva maggiore evidenza, è stata leggermente rinforzata con colore a calce. Da piccoli frammenti sembra che la scritta riproponga una più antica uguale sottostante.

Rizzi Francesco, Monumento a sant’Antonio

Restauro sostenuto dal contributo di un benefattore
Intervento eseguito dalla restauratrice Monica Vial
Luglio 2018

 

(©Fotografie di Monica Vial)

 

Il monumento, in pietra bianca, si trova nel chiostro della Magnolia ed è costituito da un arco con cornici a bassorilievi e una statua di sant’Antonio inserito in una nicchia decorata.
L’opera è il risultato di una composizione di più elementi: la statua eseguita nel 1765 dallo scultore padovano Rizzi Francesco, le lesene con decorazione della nicchia sono postume, mentre l’arco in marmi pregiati e molto più antico e assomiglia come stile alle decorazioni dell’Arca.

Il monumento si presentava integro nel suo insieme, ma evidenziava un considerevole strato di sporcizia che ne alterava l’originaria coloritura. L’intervento ha richiesto una prima operazione di pulitura con pennelli morbidi e con l’aspirazione della polvere, quindi un secondo intervento con impacchi e l’applicazione in posa di specifici prodotti. Dopo le operazioni di stuccatura e sigillatura delle lacune e delle micro-crepe, sono stati necessari alcuni ritocchi pittorici nella decorazione.
Alla statua, al suo basamento e agli inserti di marmi dell’arco è stata infine applicata una protezione a base di cera microcristallina.

 

Restauri realizzati ultima modifica: 2018-03-14T15:24:08+00:00 da atmansviluppo